«Sul federalismo sono io il solo ministro»
«Sul federalismo sono io il solo ministro»
Dopo la nomina di Brancher, la replica di Bossi: lui si occuperà di decentramento, come succede in Europa.
«Ho scelto la strada pacifica rispetto al fucile, ma la nostra lotta non finirà finché la Padania non sarà libera»

Il federalismo c'est moi. Umberto Bossi comincia così, parafrasando Luigi XIV, segnando il territorio e lanciando un avviso ai naviganti e agli alleati dal sacro (per i leghisti) prato di Pontida. O meglio, il «paciugo» come acutamente definito da Roberto Calderoli, visto le condizioni meteo proibitive. Per usare un eufemismo. «C'è un solo ministro per il federalismo, e sono io» esordisce il senatur, cercando di fare un po' di chiarezza nella situazione dopo la nomina di Aldo Brancher al dicastero per l'attuazione del medesimo.
Un blitz che Calderoli cerca di stemperare («Se ne parlava da tempo, e si occuperà di decentramento») ma che ha lasciato fior di perplessità nell'enstablishment leghista, al punto che Brancher, fedelissimo di Pontida e da sempre pontiere nei rapporti Lega-Pdl ieri al raduno non si è visto. Pare che fosse al mare, chiuso in stanza causa pioggia. Medesimo scenario in quel di Pontida, dove dal pomeriggio di sabato è venuta giù un'acqua quasi ai livelli del mitico raduno nel fango del 1997. Il che ha frenato assai le presenze sul prato (diversi pullman non sono nemmeno arrivati), non l'ottimismo degli organizzatori: «Siamo in 50 mila» assicurano. La questura dal canto suo, non fornisce alcun dato, ma quello di matrice leghista pare decisamente gonfiato: il maltempo ha portato i più a miti consigli e alla fine le presenze sono state molte (ma molte) di meno del previsto. Ma comunque in linea con l'immaginario collettivo padano: bandiere al vento, elimi e corna vichinghe, kilt di sedicenti clan scozzesi, inviti all'indipendenza dei popoli, striscioni (più o meno) goliardici e tanto tanto verde. Perché passano gli anni ma Pontida non cambia, che siano in 30-50 o 10 mila, a mollo nella «palta» o a 35 gradi dritti sparati sulla zucca.
Di certo è un prato di «duri e puri» quello che accoglie il senatur: di quelli belli carichi, a tratti cattivi e poco propensi alle mediazione e ai patteracchi, forte anche del successo in Veneto e Piemonte. Il che rinfocola certi (apparentemente) sopiti slogan da battaglia, come l'invito alla secessione che rimbomba più volte, al punto da mettere in imbarazzo un Bossi più realista del re: «So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma io ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile. La lotta della Lega non finirà fino a quando la Padania non sarà libera» assicura dal palco, ben coperto da una giacca a vento verde su camicia da combattimento in tinta. «Certo, in Europa l'aria sta cambiando: guardate il Belgio». E dal prato a mollo riparte l'invito alla secessione: «So benissimo cosa vuole il Nord: non dimentichiamo che la Lega è nata per la libertà della Padania». Ma senza i fucili, ripete ancora una volta, facendo appello a tutta la sua realpolitik del momento per frenare gli istinti più bellicosi lato prato. Pardon, fango.
Il perché è presto detto: il senatur pare temere sgambetti ad un passo dal traguardo, quel federalismo ormai «passato, è pronto». E in più la complessità dei conti pubblici rende tutto più incerto. Per questo delimita i confini del dicastero di Brancher: «Dovrà occuparsi del decentramento». Un processo, secondo Bossi, analogo a quello «seguito nel Regno Unito e persino in Francia, lo spostamento di alcuni ministeri da Roma, non più caput, su tutto il territorio. Ora bisogna cambiare, in tutta Europa è successo». Spostare ministeri e anche poteri in città come Milano, Torino e Venezia «la grande, che ha salvato il Paese dall'invasione dei turchi. E a Lepanto c'erano anche molti bergamaschi», spiega in una delle sue abituali – e temibili, per l'uditorio e i cultori del settore – dissertazioni storiche che abbraccia anche i Savoia («Tra i tanti loro errori c'è quello di aver fatto Roma capitale») e Cavour «che non voleva l'Italia, ma il federalismo».
Tutto in una cornice che attribuisce alla Lega il grande merito del cambiamento: «La nostra è la storia della libertà: quando partimmo con Miglio (Gianfranco, lo scomparso ideologo leghista, che con Bossi ebbe un rapporto di alti e bassi - ndr) pensavamo dovesse esserci prima il federalismo e poi il decentramento». Con contestualizzazione in chiave molto contemporanea del potere di Roma: «Avete visto in che considerazione ci tiene? Venezia voleva le olimpiadi, ma loro hanno detto no». Boato.
Nella mezz'ora scarsa di intervento, Bossi evita assolutamente i temi caldi della manovra e della giustizia, non lancia qualche strale alla sinistra e nemmeno diktat agli alleati. Tranne uno, comunque incisivo: «Berlusconi non può cacciarci, nessuno può farlo: altrimenti dove li trovano i voti? Tranquilli, non ci caccia nessuno. Anzi, tutti ci vogliono: sappiamo che i voti ce li abbiamo noi, non prendeteci per scemi». Così, tanto per gradire.
da: www.ecodibergamo.it









Commenti
Inserito da: lee16668888@yahoo.com Il 17/05/2013
Inserito da: 111111@qq.com Il 07/05/2013
Inserito da: pasx.abby@yahoo.com Il 28/04/2013
Inserito da: chinacnshop@126.com Il 23/04/2013
Inserito da: spiri@163.com Il 20/04/2013
Inserito da: Oriental@163.com Il 20/04/2013
Inserito da: mpumps@163.com Il 20/04/2013
Inserito da: sunny12325@yahoo.com Il 18/04/2013
Inserito da: mblogfirst2012@yahoo.com Il 29/03/2013
Inserito da: itton@163.com Il 21/03/2013
Pagina successiva
Inserisci un nuovo commento: